ADDIO A FACCIOLI, UN PADRE
PER LA GUINEA BISSAU

 

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Si sono tenuti questa mattina a Lecco i funerali di padre Mario Faccioli, missionario del Pime morto la sera di martedì 15 dicembre nella casa di Rancio all'età di 93 anni. Con lui scompare un protagonista importante della storia della presenza del Pime in Guinea Bissau, essendo stato il superiore regionale proprio nel travagliatissimo periodo della guerra di liberazione del Paese, che portò nel 1974 all'indipendenza dal Portogallo.

Padre Faccioli era nato a Zelo, in provincia di Rovigo, il 27 marzo 1922. Entrato giovanissimo nel seminario diocesano, proprio negli anni in cui infuriava la Seconda Guerra Mondiale rispose alla chiamata missionaria, entrando nel Pime. Ordinato sacerdote nel 1947 svolse nei primi anni alcuni servizi per l'istituto in Italia, fino alla partenza nel 1956 per l'allora Guinea Portoghese, oggi Guinea Bissau, il Paese a cui avrebbe legato in maniera indelebile tutta la sua vita.

La sua prima destinazione fu la missione di Catiò; ma soprattutto quello fu il battesimo di una presenza su una frontiera delicatissima, in una colonia dove il sistema del padroado - la modalità di «collaborazione» tra i missionari e la madrepatria portoghese - costituiva una zavorra pesante per l'inculturazione e una presenza realmente evangelizzatrice. «Il missionario veniva considerato un impiegato stipendiato - ricordava padre Faccioli nelle sue memorie, raccolte nel libro "Una vita missionaria in Guinea Bissau" -. Il suo rapporto con gli indigeni richiamava il rapporto padrone-servo o capo-suddito. Di fronte a una situazione tanto disastrosa veniva istintivo il desiderio di regaire e cercare una strada che fosse meno inadeguata e potesse aiutare in modo costruttivo gli indigeni».

In Guinea i missionari del Pime erano presenti dal 1947 e non erano mancati i dubbi sull'opportunità di rimanere. In questo contesto dunque, e ad appena due anni dal suo arrivo, il giovane padre Faccioli fu scelto nel 1958 dall'allora superiore generale del Pime padre Augusto Lombardi come superiore regionale per la Guinea Bissau. Compito che accettò con non poche esitazioni e portò avanti in anni che diventarono ancora più difficili, perché a partire dal 1963 cominciò anche la guerriglia indipendentista contro i portoghesi.

«La nostra posizione come missionari fu fin troppo chiara - ricordava Faccioli - e ben nota a tutte le persone che ci conoscevano. Tutti sapevano che dentro di noi c'era la condanna di ogni violenza e di ogni oppressione, nei confronti principalmente dei deboli e dei poveri». Furono anni in cui il Pime in Guinea Bissau dovette subire anche l'arresto di un proprio missionario, padre Antonio Grillo, accusato falsamente di favoreggiamento nei confronti dei "terroristi" e tenuto in carcere dai portoghesi per diversi mesi. Ma grazie anche all'opera di padre Mario il Pime rimase svolgendo un compito importante durante la guerra per l'indipendenza, durata più di dieci anni: «La guerra - ricordava - fu un crogiuolo di sofferenze continue, giorno e notte, e noi missionari condividevamo pene e dolori cercando di essere per tutti sostegno ed aiuto spirituale, morale e anche materiale nei limiti delle nostre possibilità».

Le difficoltà non finirono nel 1974, quando finalmente la Guinea Bissau divenne un Paese indipendente: la sfida della pace si rivelò ugualmente impegnativa. «Fui profondamente amereggiato e turbato - annotava ancora - quando il nuovo governo instaurò un programma di lavoro, una costituzione, fondati sulla dottrina leninista-atea e di conseguenza programmò nelle scuole, divenute subito governative, un insegnamento marxista-ateo. Mi amareggiarono anche le conseguenze che ne derivarono per gli africani animisti che, nel loro mondo spirituale, non negano l'esistenza di Dio. Nonostante questo, però, il governo dimostrò verso di noi e verso tutti i missionari italiani attenzione e stima».

Nel 1977 padre Faccioli finì il suo mandato come superiore regionale e fu richiamato in Italia per un servizio al seminario di Monza. In Guinea vi tornò nel 1983 per partecipare alla gioia per l'oridnazione di Josè Camnate, il primo prete della diocesi di Bissau (e oggi suo vescovo), un ex ragazzino balanta che proprio padre Mario tanti anni prima aveva accolto nella missione di Bafatà. In Guinea lo aspettava un nuovo incarico - quello di vicario generale della diocesi di Bissau, accanto al vescovo Settimio Ferrazzetta - ma anche un grande sogno da realizzare: la costruzione del Centro di spiritualità di N'Dame, l'opera portata avanti con padre Leopoldo Pastori e che gli sarebbe rimasta poi sempre nel cuore.

Rientrato in Italia per altri servizi all'istituto tra il 1993 e il 1997 (fu per esempio rettore di Villa Grugana durante tutta la fase della sua ristrutturazione), tornò in Guinea Bissau proprio alla vigilia della nuova prova durissima che fu per il Paese la guerra civile del 1998-1999. Anche in quell'occasione padre Faccioli non mancò di alzare la voce in difesa dei più deboli. Al punto da ritrovarsi a fare i conti nel 1999 con un decreto di espulsione firmato dal presidente Nino Veira. Provvedimento che fortunatamente rientrò nel giro di poche ore.

Negli anni Duemila, quando l'età e i malanni cominciarono farsi sentire, faceva la spola tra l'Italia e la Guinea Bissau, per evitare la stagione calda e piovosa africana. Fino al 2008, l'anno dell'addio definitivo al Paese a cui aveva dedicato la vita. E che anche nella casa dei missionari anziani a Rancio gli era rimasto nel cuore e seguiva nelle sue vicende travagliate. 

A conclusione del suo libro di memorie confidava un ultimo sogno: quella della nascita di una comunità monastica maschile o di un monastero di clausura femminile in Guinea Bissau. «Solo con la preghiera continua e intensa - confidava - la Guinea potrà raggiungere una solida stabilità, una sanità materiale e morale, e finalmente il benessere da tanto tempo atteso, invocato e non ancora raggiunto».

 

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